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Luigi Ceccarelli

ceccarelliLC_Vimeo_logo LC_Youtube_logoLC_Soundcloud_logo LC_Flickr_logoLC_Facebook_logoSi dedica fin dagli anni ’70 alla composizione musicale elettroacustica con particolare attenzione allo spazio sonoro. Le sue opere, hanno ottenuto premi internazionali (IMEB di Bourges, Ars Elettronica di Linz, premio “Hear” della televisione Ungherese, premio “Opus” del “Conseil de la Musique du Quebec”, International Computer Music Conference). Oltre all’ambito prettamente musicale, Luigi Ceccarelli si dedica al teatro musicale dove ha realizzato spettacoli con il Teatro delle Albe e Fanny & Alexander e ha ricevuto il Premio UBU 2002 (assegnato per la prima volta ad un musicista), il premio del Bitef Festival di Belgrado e del Mess Festival di Sarajevo. Ha lavorato come musicista con la coreografa Lucia Latour, e negli anni seguenti con la compagnia di danza norvegese Wee e con la coreografa sudafricana Robin Orlin. Ha composto varie opere radiofoniche prodotte da Rai RadioTre con testi di Stefano Benni, Valerio Magrelli ed Elias Canetti. E’ tra i soci fondatori di Edison Studio con cui ha creato le colonne sonore di vari film degli anni ’10, ricevendo il premio AITS  per il film “Inferno”. E’ titolare della cattedra di Musica Elettronica presso il Conservatorio di Musica di Latina.

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Vuoto Con Memoria

Installazioni 2017

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Il tempo sospeso di Palazzo San Giacomo

video-installazione di Silvia Lelli
musiche e sound design di Luigi Ceccarelli

con la partecipazione di Alessandra Novaga

Ravenna, MAR – Museo d’arte della città di Ravenna, Via di Roma 13
Il Festival al MAR – Ravenna Festival

19 maggio – 11 luglio
(ogni giorno tranne il lunedì) dalle 9.00 alle 18.00

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Vuoto, assenza, silenzio, tempo sospeso, non-luogo, rovina, scheletro. Rimangono parole a disposizione per descrivere e definire, ma come spesso accade, fotografie e filmati riescono nell’impresa più direttamente. Non contengono azione, questi spazi, non vita o funzione evidente. È una struttura che sopravvive per via di qualche cura, il cui fascino non è del tutto chiaro, neanche a chi lo subisce. Gli spazi contengono luce, anche se è perlopiù ombra, e suono, che è come rappreso, più polveroso del luogo stesso.

C’è un silenzio perenne che non è memoria del passato. Quella è andata con tutto il resto, ed è contrappuntato da frammenti del paesaggio sonoro esterno. Aprendo porte e finestre si mettono in comunicazione interno ed esterno, in bella evidenza. Anche all’esterno non c’è un granché, c’è la campagna, un lungo viale di accesso, un argine, campi. È una sorta di vuoto anche quello ma in diversa sospensione. Il volume architettonico del palazzo, mutilato di parti, è imponente ed è lì davanti a tutti.

Se non fosse stato per un concerto, Palazzo San Giacomo sarebbe rimasto una curiosità di quelle che non si soddisfano mai. Sarebbe rimasto un frammento di paesaggio percepito dall’auto, in relativa velocità, su un fondale mosso e in fuga. Lunga è stata l’attesa di quegli spazi che poi improvvisamente hanno riempito fotogrammi che volentieri e d’impulso ispirerebbero azione in luoghi che ne sono privi. È un andare oltre la fascinazione e il pittoresco dell’architettura in abbandono, oltre la commossa rimembranza di un grande passato di cui rimangono solo tracce, quelle.

Vuoto, con memoria, uno spazio liberato dalle passioni, dal quotidiano, dalla negatività dell’esistenza umana. Un limbo. Tenuto lontano dall’oggi. Ora è messo in dialogo e mostra la sua luce uscendo parzialmente e solo momentaneamente dall’ombra.

Spazio che ritorna puro stato, fondamenta, incrocio di muri, corridoi, soffitti, comunque evocativo di presenze evanescenti, in senso letterario e filmico, ancor più che derivanti dalla figurazione pittorica e fotografica. Interviene anche la bellezza dell’ascolto dello spazio interno (quasi un’introspezione) e dello spazio esterno( suoni e rumori della campagna e del lavoro). Sequenza di spazi, camere racchiuse fra muri ricchi di tracce, ma aperti come vasi comunicanti. Spazi monocolore privi di felicità e dolore pronti a proiettarci in un futuro che ci assicuri storia e oblio. La memoria del luogo la sento nei sussurri e nel baluginio di qualche luce. Ma in fondo è così vaga e flebile, non la vedo.