Mauro Cardi

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Mauro Cardi (Roma, 1955) ha studiato presso il Conservatorio di Santa Cecilia, con Gino Marinuzzi jr., Guido Turchi ed Irma Ravinale, diplomandosi in Composizione, Strumentazione per Banda e Musica Corale e Direzione di Coro. Si è perfezionato con Franco Donatoni presso l’Accademia Chigiana di Siena e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Ha frequentato i Ferienkurse di Darmstadt nel 1984. Nel 1982 ha vinto il Premio Internazionale “Valentino Bucchi” (Melos, per soprano e orchestra), nel 1984 il “Gaudeamus Preize” (Les Masques – Quattro Capricci per flauto, viola e chitarra) e nel 1988 il Premio Internazionale “Gian Francesco Malipiero” (In Corde, per orchestra). Nel 1987 Promenade: Variazioni sul blu è stato scelto dalla RAI per rappresentare l’Italia alla Tribuna Internazionale dei Compositori, indetta dall’Unesco.

Su commissione della RAI – Radio Tre, ha composto due opere radiofoniche: Temperatura esterna (1994), su testi di Michele Mari e La mia puntualità fu un capolavoro (1996), su testi di Marco Lodoli; nel 1995 è stata rappresentata la sua prima opera lirica, Nessuna coincidenza, scritta su commissione dell’Accademia Filarmonica Romana. Ha ricevuto commissioni da numerosi enti quali l’Accademia Nazionale Santa Cecilia, l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI di Torino, dalle Orchestre RAI di Roma e Napoli, dalla Fondazione Gaudeamus, dalla Città di Ginevra, dalla Biennale di Venezia, dal Ravenna Festival, dal Maggio Musicale Fiorentino, da Nuova Consonanza, dall’Istituzione Sinfonica Abruzzese, dalla Società dei Concerti B.Barattelli, dal Festival Pontino…

Le sue musiche sono eseguite nei principali festival e rassegne, in Italia e all’estero, tra cui: Teatro alla Scala, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Milano Musica, Biennale di Venezia, Nuova Consonanza, Accademia Filarmonica Romana, Ravenna Festival, Festival Pontino, Antidogma (Torino), Nuovi Spazi Musicali (Roma), Autunno Musicale di Como, Festival Spazio Musica (Cagliari, Sassari), Istituzione Universitaria dei Concerti (Roma), Teatro Carlo Felice (Genova), Teatro Regio (Torino), Teatro Comunale di Bologna, Festival RomaEuropa, Roma FimlFest, Pomeriggi Musicali (Milano), Associazione Musicale Etnea (Catania), Holland Festival (Amsterdam), Festival Aspekte (Salsburg), Biennale di Zagabria, Festival Cervantino e Foro Internacional de Musica Nueva (Messico), Redcat – Disney Concert Hall (Los Angeles), Filkingen (Stockholm), Festival de Musique Electroacoustique (Bourges), Conservatorio Nazionale di Madrid, Teatro dell’Opera di Lipsia, Museu d’Art Contemporani de Barcelona, Birmingham Conservatoire, The University of North Texas, The University of Iowa, UMKC Conservatory of Music (Kansas City).

Mauro Cardi collabora con diversi ensemble e solisti internazionali, tra cui: Het Nieuw Ensemble, Het Trio, Ensemble Recherche, Elision, Perihelion, Contrechamps, Ars Ludi, Musica d’oggi, Freon Ensemble, Icarus Ensemble, Guido Arbonelli, Luisa Castellani, Mauro Castellano, Mahamad Ghavi-Helm, Nicholas Isherwood, Susanna Rigacci, Marco Rogliano, Gianluca Ruggeri, Harry Sparnaay, Sonia Visentin, Manuel Zurria. Di particolare rilievo la collaborazione con l’ensemble Freon e l’attrice/vocalist Sonia Bergamasco, coronata da “Oggetto d’amore – Sette scene musicali per voce, strumenti, video ed elettronica” (2008), su testi di Pasquale Panella. La prima esecuzione integrale del ciclo di opere ha avuto luogo alla Biennale di Venezia nell’ottobre del 2008 ed è stata incisa in un CD RAI Trade nel 2009.

Dal 1990 si occupa di informatica musicale. Nel 1995 è stato selezionato dall’IRCAM per lo stage internazionale e nel 1997 Manao Tupapau è stato finalista al “24° Electroacustique Music Competition” di Bourges. Alba, per zarb e elettronica, è stato selezionato all’ICMC 2008 (Belfast). Nel 2011 (con Altrove con il suo nome) e nel 2012 (con Manao Tupapau) è stato selezionato ed inserito nel festival EMUFest, del Conservatorio Santa Cecilia. Ha realizzato lavori elettroacustici presso l’Istituto Gramma ed Agon e dal 2000 fa parte di “Edison Studio”, con cui è stato selezionato all’ICMC 2002 (Gotheborg) e 2003 (Singapore), eseguendo dal vivo le musiche elettroacustiche composte per i film Gli ultimi giorni di Pompei e Das Cabinet des Dr.Caligari. Nel 2008 è stato pubblicato il primo DVD di Edison Studio nato dalla collaborazione con i video artisti Latini e Di Domenico. Il 5 luglio 2008, a Ravenna, ha avuto luogo la prima assoluta della live soundtrack per il film Inferno (1911), su commissione del Ravenna Festival, la cui colonna sonora è stata pubblicata in DVD nel 2011 dalla Cineteca di Bologna, e nel 2013, all’Aquila, la prima assoluta della live soundtrack per il film Blackmail di Hitchcock (1929), su commissione della Società dei Concerti B.Barattelli, entrambe composte ed eseguite con Edison Studio. Nel 2016 è stato pubblicato il DVD con una versione recentemente restaurata di Das Cabinet des Dr.Caligari in un cofanetto della Cineteca di Bologna con la colonna sonora di Edison Studio. Al gruppo romano è stato dedicato un ampio volume, “Il silent film e l’elettronica in relazione intermediale”, curato da Marco Maria Gazzano, contenente saggi di alcuni tra i più autorevoli critici della musica per il cinema, oltre a musicologi e storici della musica.

Presidente di Nuova Consonanza dal 1999 al 2001, socio fondatore della Scuola di Musica di Testaccio, ha insegnato Composizione presso il Conservatorio di Firenze e attualmente presso il Conservatorio de L’Aquila; tiene seminari e laboratori di Composizione in Italia e all’estero.
Le sue opere sono edite da Ricordi, RAI Trade, Curci, Edipan, Ut Orpheus, Semar ed incise su dischi Ricordi, RCA, BMG Ariola, Nuova Fonit Cetra, RAI Trade, Edipan, Adda Records, Happy New Ears, Il manifesto, CNI, Taukay.

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Arethusa

Composizioni da camera 2018

Arethusa (2018)
per voce recitante, soprano e ensemble
su un testo tratto dalle Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone

Durata: 9:30 ca.

 

Dal libro V delle “Metamorfosi”, di Publio Ovidio Nasone

«“Exigit alma Ceres, nata secura recepta, quae tibi causa fugae, cur sis, Arethusa, sacer fons. Conticuere undae, quarum dea sustulit alto fonte caput, viridesque manu siccata capillos, fluminis Elei veteres narravit amores. ‘Pars ego nympharum, quae sunt in Achaide’, dixit, ‘una fui, nec me studiosius altera saltus legit nec posuit studiosius altera casses. Sed quamvis formae numquam mihi fama petita est, quamvis fortis eram, formosae nomen habebam. Nec mea me facies nimium laudata iuvabat, quaque aliae gaudere solent, ego rustica dote corporis erubui crimenque placere putavi. Lassa revertebar, memini, Stymphalide silva; aestus erat, magnumque labor geminaverat aestum. Invenio sine vertice aquas, sine murmure euntes, perspicuas ad humum, per quas numerabilis alte calculus omnis erat, quas tu vix ire putares. […] quas dum ferioque trahoque mille modis labens excussaque bracchia iacto, nescio quod medio sensi sub gurgite murmur territaque insisto propioris margine ripae. — Quo properas, Arethusa? — suis Alpheos ab undis, — quo properas? — iterum rauco mihi dixerat ore. Sicut eram, fugio sine vestibus: altera vestes ripa meas habuit. Tanto magis instat et ardet, et, quia nuda fui, sum visa paratior illi. Sic ego currebam, sic me ferus ille premebat, ut fugere accipitrem penna trepidante columbae, ut solet accipiter trepidas urguere columbas. Usque sub Orchomenon Psophidaque Cyllenenque Maenaliosque sinus gelidumque Erymanthon et Elin currere sustinui, nec me velocior ille; […] Sol erat a tergo: vidi praecedere longam ante pedes umbram, nisi si timor illa videbat; sed certe sonitusque pedum terrebat, et ingens crinales vittas adflabat anhelitus oris. […] — armigerae, Dictynna, tuae, cui saepe dedisti ferre tuos arcus inclusaque tela pharetra—. Mota dea est, spissisque ferens e nubibus unam me super iniecit. Lustrat caligine tectam amnis et ignarus circum cava nubila quaerit bisque locum, quo me dea texerat, inscius ambit et bis — Io Arethusa, io Arethusa! — vocavit. […] Occupat obsessos sudor mihi frigidus artus, caeruleaeque cadunt toto de corpore guttae; quaque pedem movi, manat lacus, eque capillis ros cadit, et citius, quam nunc tibi facta renarro, in latices mutor. Sed enim cognoscit amatas amnis aquas positoque viri, quod sumpserat, ore, vertitur in proprias, et se mihi misceat, undas. Delia rupit humum, caecisque ego mersa cavernis advehor Ortygiam, quae me cognomine divae grata meae superas eduxit prima sub auras’».

«”L’alma Cerere, lieta per aver riavuto la figlia, ora ti chiede, Aretusa, qual è il motivo della tua fuga, e perché tu sia una fonte sacra. Tacciono le acque, e dai loro gorghi profondi Aretusa solleva il capo, e strizzatisi con la mano i verdi capelli, narra dell’antico amore del fiume Alfeo. “Io ero una delle Ninfe che stanno in Acaia, nessun’ altra con più passione di me percorreva le valli, nessun’altra con più passione di me tendeva le reti. Benché non avessi mai aspirato ad avere la fama d’essere bella, sebbene fossi rude, avevo fama d’essere bella. Ma non mi dava piacere la bellezza troppo lodata e, mentre le altre di solito ne godono, io scontrosamente arrossivo del mio corpo, e piacere mi sembrava un delitto. Ricordo, tornavo stanca dalla foresta di Stinfalo; c’era caldo, e il peso del caldo raddoppiava la fatica. “Capitai ad un fiume senza un vortice, che se ne andava senza un mormorio, trasparente fino al fondo, tanto che attraverso l’acqua si poteva contare ogni sasso, tanto che a stento avresti creduto che scorresse. […] Mentre battevo e traevo a me l’acqua guizzando in mille modi, levando e rituffando le braccia, sento venire non so che sussurro dal centro del gorgo, e impaurita risalgo sull’orlo della riva più vicina. – Dove corri, Aretusa? –, grida dall’onda Alfeo; quindi più roco – dove corri, Aretusa? –. Fuggo così com’ero, senza vesti, le mie vesti erano rimaste sull’altra sponda. Tanto più lui arde e m’incalza: nuda com’ero, gli sembravo già pronta. Così io correvo, così spietatamente lui m’inseguiva, come le colombe fuggono con ali tremanti davanti allo sparviero, e come lo sparviero si avventa contro le trepidanti colombe. Fino alle porte di Orcòmeno, fino a Psofide e al monte Cillene, ai dirupi del Mènalo e al gelido Erimanto e ad Èlide riuscii a correre, e lui non mi raggiungeva. […] Avevo il sole alle spalle: davanti ai piedi, vidi un’ombra allungarsi e precedermi, a meno che non fosse la mia paura a vederla, ma certo mi atterriva il rumore dei passi e sulla benda che mi teneva i capelli arriva il soffio potente del suo respiro affannoso. […] – Aiuta, Diana Dictinna, la tua scudiera, a cui spesso hai dato da portare il tuo arco e le frecce racchiuse nella faretra. – La dea si commosse, e staccata una nube da un denso banco di nubi, la gettò su di me. La foschia mi nasconde, mi cerca il fiume e guarda attorno alle nuvole cave; senza saperlo, gira due volte attorno al punto dove mi nasconde la dea, e due volte mi chiama, – Aretusa, Aretusa! – […] “Assediata, un sudore freddo mi pervade le membra, da tutto il corpo mi cadono gocce azzurrine; dove mi sposto, il luogo stilla, e dai capelli cade la rugiada e, in meno di quanto impieghi ora a raccontartelo, mi tramuto in acqua”. Ma allora il fiume riconosce nell’acqua l’amata, e deposto l’aspetto umano che aveva assunto, torna ad essere quello che è, una corrente, per mescolarsi a me nelle proprie acque. La dea di Delo fece uno squarcio nella terra, ed io sprofondando in buie caverne arrivo fino ad Ortigia, che mi è cara, portando il nome della dea. Questa mi spinse in alto, a respirare l’aria del mondo».